Mi sono sposata con il primo amore, quando si dichiarò avevo 15 anni e lui 17.
Era un tipo tenebroso, di poche parole, ma di grandi gesti. Ogni settimana arrivava un regalo, piccolo o grande, ma sempre calzante.
Sui bigliettini che lo accompagnavano scriveva sempre la stessa frase "noi ci apparteniamo" e a me, giovane ragazza un po' timida e insicura, quelle parole piacevano un sacco.
Non passò molto tempo prima della nostra prima volta. Fu molto romantico, candele accese, musica di sottofondo e luce soffusa, mi fece sentire una regina e fu li che capii che lo amavo davvero.
Era il ragazzo dei miei sogni, speciale, dolcissimo e sempre attento ai miei bisogni.
Dopo cinque anni, il giorno del mio ventesimo compleanno, si inginocchiò davanti a tutti e mi chiese di sposarlo, io ero al settimo cielo, un sogno che si avverava.
Dicemmo si davanti a centocinquanta persone, in una chiesa gremita, addobbata con centinaia di fiori bianchi e rossi.
Indossavo un abito bianco di sartoria con un velo lungo due metri e, tra le mani, portavo uno splendido bouquet di rose carminio e ranuncoli bianchi. A stento trattenevo l'emozione e la gioia, mai mi sarei aspettata che, da quel giorno, tutto sarebbe cambiato.
Il ragazzo dolce e premuroso, si trasformò nell'antitesi di se stesso, niente più attenzioni, basta regali e piccoli gesti.
Tutto ciò che accadeva in casa era colpa mia, poco importava se a sbagliare fosse lui, ero io ad averlo indotto in errore.
Nulla di ciò che facevo andava bene, il cibo che cucinavo faceva sempre schifo, la casa era un porcile ed io, per buona pace della sua coscienza, ero una deficiente che non era in grado di soddisfarlo in niente.
Di lavorare non se ne parlava, dovevo implorarlo per avere i soldi necessari a fare la spesa e, quando mi ammalavo, mi negava persino quelli per le medicine.
Il sesso divenne un dovere da adempiere per farlo calmare e lui si divertiva anche con altre donne fuori casa.
Il telefono di casa era bloccato fino a quando non rientrava la sera, in questo modo io non potevo chiamare nessuno e, se mia madre chiamava, lui registrava tutte le telefonate per sentire ciò che dicevamo.
Lo stesso accadeva per il telefonino, il codice di sblocco lo conosceva solo lui e io non potevo ne chiamare ne rispondere.
Ero diventata un cencio, sempre più convinta di non valere niente, l'unico pensiero era di farla finita fino al giorno in cui tutto cambiò.
L'ultima persona che mai avrei pensato, accorse in mio aiuto offrendomi l'opportunità per evadere da quella prigione, che mi rinchiudeva tra le mura di casa.
Bastò un volantino consegnatomi per caso e un numero di telefono. Con la scusa di uscire a prendere il pane per cena, entrai in una cabina telefonica e lo composi.
Pronto, sono io ed ho bisogno di aiuto.
Dall'altro capo della linea una voce nota, lei, la mia migliore amica dell'adolescenza che mi riconobbe subito e mi offrì la più grande opportunità che potessi ricevere.
Ora, grazie a lei, vivo in un'altra città e mi sono rifatta una vita, ho un lavoro e una casa tutta mia.
Gli anni passati accanto a quel mostro sono solo un brutto ricordo, che sto imparando a chiudere in un cassetto della memoria e io sono piena di speranza e progetti per il mio futuro.
Poesie, scritti e pensieri di Silvia Verga #paroledisilvia Silvia Verga nasce a Milano il 22 settembre del 1972. Si avvicina molto presto alla poesia per passione. I suoi primi scritti risalgono infatti ai 13 anni. Attualmente ama scrivere componimenti in verso libero ispirati alle sue emozioni, all'amore per i suoi cari e al mondo che la circonda.
venerdì 1 dicembre 2023
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